morti bianche

Nino Emiliano Cassola, 32 anni
 
2 ottobre 2008
 
"GENOVA - E' un girone dantesco di rifiuti, una voragine di spazzatura che si infila nella terra, la perfora fino a quasi venti metri, con le sue stalattiti fatte di stracci, di cocci, di metalli che spezzano il bruno della terra, con i colori che avevano quando erano sacchi, vasi, giocattoli, bidoni. Gialli, verdi, azzurri. Arancioni come il sole. E' finito laggiù Nino Emiliano Cassola, 32 anni, operaio. E' finito nel pozzo della discarica di Scarpino, la collina sopra Genova dove camion su camion salgono per tornanti lunghi otto chilòometri a rovesciare quello che la città ha scartato, mille e quattrocento tonnellate di spazzatura al giorno. E' stato risucchiato in quel girone mentre lavorava, mentre cercava di sistemare l'ultima parte di un tubo lungo 18 metri e diviso in tre pezzi. Uno si è spostato di colpo, Nino ha cercato, d'isitinto, di trattenere quello che aveva in mano. Un attimo e lui è scomparso, là dentro, dove il gas tiene la temperatura a 80 gradi, dove basta un minuto e svieni, perché manca l'ossigeno. E dopo, dopo solo 60 secondi, non c'è più niente in cui sperare. Mino, il suo amico di tutti i giorni, lavorava accanto a lui, ha cercato di afferrarlo per il gomito, ha provato con tutta la forza a trattenerlo su, nel mondo dei vivi. Non ce l'ha fatta. Adesso, si dispera: "L'altra sera siamo andati fuori insieme a divertirci, come sempre, abbiamo riso, scherzato. Nino ti fa star bene, è allegro, sereno. E adesso, è laggiù", dice a bassa voce. Mino ha i capelli castani tagliati corti, passeggia avanti e indietro, osserva il lavoro di chi prova a recuperare qualcosa di quello che era un ragazzo come tanti. Non è detto che accada, è molto difficile, forse impossibile, perché 80 gradi sono tanti, tantissimi, un calore che macina il metallo, il ferro, figurarsi la carne di un uomo. A vederla dall'alto, la collina dei rifiuti di Genova, assomiglia a un mare di fango compresso, marrone, che si dipana in ampi terrapieni. Non là, però, non dove le scavatrici stanno ancora cercando quel che rimane di un uomo, di un operaio. Là ci sono i rifiuti ancora da compattare, sorvegliati dai gabbiani che, a stormi, girano, senza soste, prima di buttarsi giù, in picchiata, a trovare qualche preda. Là, i vigili del fuoco, gli uomini della Asja, la ditta che aveva assunto Nino, i carabinieri, hanno trasformato il girone dantesco in una grande conca, sono scesi giù, giù in fondo, fino a quindici metri di profondità. Riprenderanno oggi. Maria Teresa, "Rosi", la mamma di Nino, è rimasta sempre lassù. Lei, quel figlio l'ha voluto a ogni costo, anche senza padre: "Ho sfidato la mia famiglia per lui", sussurra. Quel figlio l'ha ripagata, è stato il suo orgoglio. Racconta Rosi: "Ha preso il diploma da odontotecnico, ha lavorato in qualche studio, poi ha cambiato". Un attimo di pausa, prima di aggiungere: "Mio figlio vuole l'aria aperta", e quasi sorride. Per un attimo. Così, per evitare il chiuso di un ufficio, è finito quassù Nino Emiliano, che amava ballare e andare in palestra, a allenarsi nella "thai boxe", è finito sulla collina dove l'aria è impregnata di gas, il metano che fa venir nausea e un po' stordisce. Rosi non ha più lacrime, ma non vuole arrendersi: "Mio figlio in mezzo alla spazzatura non lo lascio, non lo lascio", continua a ripetere a tutti. Stretta nel giubbotto, jeans e capelli neri, Rosi ha gli occhiali chiari, con la montatura a quadri bianchi e celesti, contro il freddo ha trovato una grande sciarpa. Si aggira senza pace. È Mino a spiegarle a poco a poco, con tenerezza e disperazione, che forse del figlio non si troverà molto. È in quel momento che Rosi decide di rimanere lì, per non lasciare il figlio alla spazzatura. Nessuno, fino a sera, riesce a convincerla a tornare a casa, dopo quasi due giorni di veglia. Ma Rosi Cassola è stata per Nino madre e padre, il figlio l'ha ricambiata, i soldi dello stipendio andavano a lei, per il bilancio di casa. Ora, confida a un vicino di casa, Silvano, che è venuto a portarla via, "ora la mia vita è finita, non ha più senso". Là sotto gli scavi stanno per fermarsi. Il girone dantesco si è trasformato in una grande conca sporca, sono arrivati vicini al punto dove il giovane operaio potrebbe essersi fermato. Aspettano la luce di un altro giorno per scavare ancora. Rosi si fa abbracciare da Monica amica del figlio, incontrato nella palestra del suo fidanzato: "Uscivamo tutti insieme al sabato sera, una pizza, qualche volta a ballare, per me è diventato un fratello, perché su lui puoi contare". Nino, gran lavoratore, socievole, Nino "legatissimo a sua madre, mai una lite fra loro". Nino che ha scelto di fare l'operaio in una discarica, a 1100 euro al mese, e tutti i giorni si faceva sessanta chilometri tra andata e ritorno per respirare gas e preparare pozzi di spazzatura. Adesso dicono che, se non fosse stato così asciutto nel fisico, forse avrebbe potuto salvarsi, incastrarsi tra la parete del girone di spazzatura e i tubi. E dicono anche che non doveva essere lui a mettere quel tubo. Lo chiarirà l'inchiesta aperta dalla magistratura. I fatti, per ora, fan capire che lavorava senza agganci di sicurezza, senza il recinto che avrebbe dovuto proteggerlo. E Monica avverte: "Questa volta è toccato a lui. Non sarà l'ultimo".
 
fonte: larepubblica.it